La Macchina degli Abbracci

Tempo fa ho letto questo ottimo libro; della stessa autrice avevo già letto “Gli Animali ci rendono Umani“.

Come avevo previsto, la lettura di questo libro si è rivelata estremamente piacevole: le circa 300 pagine sono durate meno di quanto si potesse sospettare ad una prima valutazione.

D’altronde lo stile della Grandin è caratterizzato da un’ottima fluidità e consente di non perdere il filo anche nelle porzioni più “tecniche” del testo; e proprio la commistione tra stile aneddotico e saggistico- scientifico rende interessantissima questa lettura, per chiunque sia curioso di scoprire cosa ‘passi’ nella mente dei nostri compagni animali.

Così scopriamo, ad esempio, come secondo recenti studi, anche i pesci provino dolore: pare una cosa da niente, ma moltissime persone sono convinte che questi animali siano immuni alla sofferenza, con tutto ciò che questo presupposto può portare, a sua volta, a pensare.

Ovviamente la Grandin non può essere ritenuta una ‘tuttologa’; alcune sue supposizioni riguardo, in particolare, ai cani, sono improntate ad una conoscenza non completa delle ultime scoperte nel campo del comportamento canino. Questo, tuttavia, non toglie alcunché al libro, che si rivela una lettura stimolante e ricca di nozioni e spunti di riflessione, da cui trapela, inevitabilmente, la profonda passione che la studiosa nutre per gli animali.

In altre recensioni su aNobii, purtroppo, mi è capitato di leggere opinioni che stento quasi a riuscire ad associare a questo libro: sembra che queste persone abbiano letto un testo diverso dal mio!

C’è chi ha definito il libro ‘una galleria di orrori’ (leggete qualche recensione sotto la mia, commenti compresi… – Aggiornamento!! sembra proprio che siano magicamente spariti…chissà…-), come se dalla prima all’ultima pagina si parlasse di animali squartati vivi e portati a morte tra innumerevoli ed inenarrabili sofferenze; niente di tutto ciò!! In tutto il libro i riferimenti ai macelli si contano sulle dita di una mano e nessuno di essi contiene immagini truculente o minimamente sanguinose.

 

Se siete incuriositi da questo libro, non lasciatevi fuorviare da certi giudizi negativi; certo, il titolo italiano non rende perfettamente l’idea del testo (il cui titolo originale è “Animals in Translation”), ma di certo non è uno specchietto per le allodole.

Il problema, per chi critica il testo, non è il testo in sé, ma la sua autrice; la Grandin, infatti, lavora nell’industria della carne, progettando gli impianti che vengono utilizzati negli allevamenti e collabora con McDonald’s (il che, per chi ha un’idea ‘disneyana’ del mondo, equivale ad essere il tirapiedi del cattivissimo di turno…).

La domanda, concordo, può sorgere spontanea di primo acchito: perché una persona che dice di amare gli animali e sostiene di comprendere cosa essi provino, lavora poi in quell’industria che sfrutta gli animali?

Sembra un atteggiamento ipocrita… Ma è solo un’impressione.

Ragionando un po’, lasciando da parte per un attimo il moralismo fuorviante, ci si renderà conto che non c’è nulla di sbagliato o ipocrita.

Posto che l’essere umano è onnivoro (cosa che mi pare scientificamente inconfutabile) e, soprattutto, libero di avere un’etica personale che gli consenta di decidere cosa mangiare, appare ovvio che gli allevamenti non sono destinati, perlomeno in un prossimo futuro, a sparire; gli animali che in essi vengono cresciuti, allevati ed infine uccisi, non hanno forse diritto ad una vita serena e ad una morte indolore? Rifiutandosi di lavorare per l’industria della carne, una persona che ama gli animali (tralasciando la Grandin, pensiamo solo a tutti i medici veterinari che lavorano nelle ASL e che hanno a che fare quotidianamente con questa realtà) ridurrebbe la sofferenza o il dolore di questi animali? Chiaramente no.

Non è dunque più utile per gli animali, che ci sia qualcuno che capisca le loro esigenze ed i loro bisogni, che riconosca e rispetti la loro dignità e che si impegni per garantire loro di vivere serenamente e di morire senza soffrire? O è meglio ‘fare i moralisti’ e lasciarli al loro triste e doloroso destino? Si tratta di porsi la domanda giusta: non “è giusto che l’uomo mangi gli animali?”, ma “cosa posso fare perché questi animali non soffrano?”. E’ semplice.

Certo, è più facile dire “io amo troppo gli animali”, mettere un bel cappottino al proprio cane (magari di una razza che ci piace tanto, ma che per piacere a noi si ritrova con problemi respiratori, ossei e patologie di ogni genere) e trattenerlo per il guinzaglio quando in giro incontra altri cani, con cui vorrebbe socializzare… Ma è davvero amore questo?

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