Judo

Il prof. Jigoro Kano, fondatore del Judo Kodokan (credit: Wikipedia.org)

Quando si parla di Judo, molti pensano subito ad un’arte marziale violenta, di cui bisogna temere i praticanti (troppe volte mi sono sentito dire: “Fai Judo? Allora devo stare attento!”) e dalla quale è bene tenere lontani se stessi ed i propri figli.
In realtà questa disciplina contiene aspetti che vanno ben oltre l’idea negativa che molti ne hanno, rendendola molto adatta soprattutto per i bambini. Basti pensare che il Judo è stato definito dall’UNESCO come “il miglior sport per bambini e ragazzi dai 4 ai 21 anni ed ottima pratica per qualsiasi età”.

Il Judo Kodokan nasce ufficialmente nel 1882, quando il prof. Jigoro Kano apre il suo primo dojo in un’ala del tempio di Eisho a Tokyo, ma gli studi che il fondatore compì per svilupparlo cominciarono quando lo stesso era uno studente; non essendo di grande corporatura, fin da piccolo egli si trovava ad essere vittima dello scherno e del “bullismo” (come lo chiameremmo oggi) degli altri ragazzi:  per questo, quando poté lasciare la famiglia (che non voleva prendesse lezioni di Ju-Jutsu, considerata un’arte marziale violenta e non indicata per gente di buona famiglia)  cominciò a frequentare dei dojo in cui si insegnava il Ju-Jutsu, tra cui i più importanti furono la Tenshin-shin’yo ryu e la Kito ryu  [ndr “ryu“= scuola].
Progredendo negli allenamenti, Kano si accorse non solo che il proprio fisico aveva tratto beneficio dall’attività fisica, ma anche che la sua indole, prima molto impulsiva, diventava mano a mano più controllata: capì, insomma, che attraverso l’allenamento del combattimento si poteva ottenere, oltre ad una prettamente fisica, anche un’educazione morale.
Egli volle dunque far nascere un metodo che, attraverso lo studio delle tecniche di attacco e difesa, portasse ad un miglioramento dello spirito e dell’etica, fondamentale in una società civile: nacque così, inizialmente come scuola di Ju-Jutsu,  il Judo Kodokan, che però si differenziò subito dal Ju-Jutsu tradizionale per una serie di fattori che contribuirono ad accrescere velocemente la popolarità del Judo, soprattutto tra i ceti più benestanti della società, i quali (come abbiamo già visto nel caso della famiglia di Kano) ritenevano il Ju-Jutsu una pratica ormai desueta e disdicevole per coloro che lo studiavano; questo aspetto è da inquadrare nel periodo storico in cui vive Jigoro Kano: la fine dello shogunato Tokugawa e la graduale apertura del Giappone all’Occidente, ebbero come conseguenza la decadenza di molte delle pratiche tradizionali (ad esempio il teatro No), tra cui anche le arti marziali. I samurai persero il ruolo sociale che ricoprivano in precedenza e fu loro impedito di andare in giro con la katana e così anche il Ju-Jutsu perse improvvisamente importanza.
Jigoro Kano era convinto che fosse sbagliato rinnegare il passato e le tradizioni della propria Nazione, pur riconoscendo il fatto che esse dovessero, in qualche modo, essere rese più adatte all’epoca attuale: questo valeva anche e soprattutto per il Ju-Jutsu, che per anni era stata la principale arte di combattimento praticata dai samurai. Inoltre il Ju-Jutsu era molto “frammentato”; esistevano moltissime scuole diverse, le quali si distinguevano perlopiù per il tipo di tecniche studiate (anche se in alcuni casi, esse si distinguevano solo per il nome) e tutte avevano pregi e difetti che le rendevano, in qualche modo, incomplete.
Avendo studiato il Ju-Jutsu presso molti maestri, Jigoro Kano cercò di trovare un principio di base che legasse le diverse tecniche, trovando inadeguato il semplice principio ju-no-seigoo (secondo cui il debole controlla il forte, utilizzando la forza dell’avversario contro di lui); nel caso, infatti, in cui l’avversario dovesse afferrarci i polsi, secondo questo principio noi dovremmo assottigliare i nostri polsi per sfuggire alla presa: ma ciò è evidentemente impossibile!
Il prof.Kano, perciò, giunse alla formulazione di un principio, quello del “Miglior uso dell’Energia” (Seiryoku zen’yo) e sulla base di questo reinterpretò molte tecniche del Ju-Jutsu e ne ideò di nuove, gettando così le basi per la nuova disciplina.

Jigoro Kano aveva anche un altro obiettivo, cioé istituire un nuovo sistema di educazione fisica nazionale, che a differenza dei metodi tradizionali, presentasse un interesse maggiore per la popolazione e non consistesse di semplici movimenti ripetitivi; lo scopo, ovviamente, è l’apprendimento delle tecniche di attacco-difesa, poiché ciascuno, giovane o vecchio, uomo o donna, deve sapersi difendere in caso di situazioni di pericolo. Questo allenamento doveva consentire uno sviluppo armonioso del corpo, senza squilibri o sovraccarichi verso un particolare gruppo muscolare o apparato, oltre a garantire agilità e fluidità nei movimenti (a differenza del Ju-Jutsu, che puntava principalmente sulla forza fisica, formando praticanti che erano sì forti, ma molto più rigidi nei movimenti).
Il fatto di non puntare esclusivamente sulla forza fisica rende il Judo una disciplina adatta a chiunque, anche a quelle categorie di persone che si trovano facilmente (in caso di pericolo) ad essere svantaggiate da questo punto di vista
Il Judo è quindi adatto a tutte le categorie di persone e può essere praticato senza bisogno di attrezzature particolari.
Un’altra importante differenza rispetto al Ju-Jutsu è lo studio delle cadute; nell’allenamento quotidiano non sarebbe possibile sopportare continue proiezioni senza subire dei danni, fosse anche solo il dolore che esse provocano, per non parlare dei traumi che una brutta caduta può provocare: dunque Jigoro Kano studiò un sistema che permettesse di eliminare (o comunque ridurre) i possibili danni derivanti dalle proiezioni , le cosiddette ukemi (letteralmente “rompere la caduta”).
Le ukemi sono ancora la prima cosa che viene insegnata a chi si iscrive ad una palestra di Judo, prima delle tecniche di proiezione, ed il loro studio fa sempre parte di ogni allenamento; queste tecniche non sono utili solo in allenamento, ma nella vita di tutti i giorni, dato che una caduta accidentale può capitare a tutti ed i danni che è possibile procurarsi possono essere anche molto seri.

Ma l’obiettivo più alto del Judo è la formazione mentale e morale, secondo la massima “Migliorare tutti insieme (Jita kyo ei), utilizzando al meglio l’energia fisica e mentale”; il prof.Kano riteneva che l’uomo civilizzato debba vivere in armonia con il prossimo, dando il proprio contributo al miglioramento della società applicando tale principio a qualsiasi situazione della vita.
E’ questa la fondamentale differenza con il Ju-Jutsu tradizionale: esso infatti è un’arte (jutsu), in cui non c’è altro obiettivo se non l’imparare a combattere e a vincere sull’avversario. Il miglioramento spirituale sperimentato da Kano è una conseguenza perlopiù soggettiva, che non fa parte però degli obiettivi della disciplina. Il Judo invece è una Via (Do) – termine che non rende bene il profondo significato del concetto giapponese -, il cui obiettivo non è la vittoria sull’avversario, ma – appunto – il miglioramento etico e morale.

« Il Judo è la Via più efficace per utilizzare la forza fisica e mentale. Allenarsi nella disciplina del Judo significa raggiungere la perfetta conoscenza dello spirito attraverso l’addestramento attacco-difesa e l’assiduo sforzo per ottenere un miglioramento fisico-spirituale. Il perfezionamento dell’io così ottenuto dovrà essere indirizzato al servizio sociale, che costituisce l’obiettivo ultimo del Judo.
Ju è un bellissimo concetto riguardante la logica, la virtù e lo splendore; è la realtà di ciò che è sincero, buono e bello. L’espressione del Judo è attraverso il waza [
tecnica ndr], che si acquisisce con l’allenamento tecnico basato sullo studio scientifico.»
(Jigoro Kano)

Negli anni successivi alla fondazione, il Kodokan ha visto una crescita esponenziale dei propri discepoli, espandendosi ben oltre i confini del Giappone; considerate che alle Olimpiadi di Atene 2004, il Judo ha rappresentato il terzo sport più universale, con atleti da 98 Paesi, mentre ai Giochi di Londra 2012 hanno partecipato 387 atleti da 135 diversi Paesi [fonte].

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